Al Cliente che entri in contatto con il mondo del Wealth Planning capita, anche abbastanza di frequente, di sentire l’operatore parlare di “prodotti tailor-made”. Prodotti e soluzioni sartoriali, su misura, cucite sulle specifiche esigenze di ogni singolo Cliente perché, se la pianificazione vuole essere davvero efficiente, a fattispecie differenti devono necessariamente essere fornite soluzioni differenti. E tale differenziazione non viene realizzata solo proponendo strumenti giuridici diversi, ma anche e soprattutto utilizzandone più di uno, in combinato disposto tra loro, nonché personalizzando il contenuto di ogni singolo strumento ogniqualvolta ciò sia possibile ed utile per il caso concreto.

Immaginiamo un imprenditore che si trovi a dover affrontare il tema del passaggio generazionale della propria impresa. Immaginiamo che abbia più eredi, ciascuno con le proprie peculiari competenze ed inclinazioni soggettive, ed immaginiamo che il nostro imprenditore manifesti l’intenzione di pianificare per tempo il passaggio generazionale dell’azienda, un po’ per avere controllo e contezza anche di ciò che succederà quando lui non ci sarà più, un po’ per garantire all’azienda, sua creatura, un futuro il più stabile e prospero possibile, un po’ per evitare contenziosi futuri tra gli eredi e situazioni, personali prima che professionali, che all’azienda potrebbero recare solo nocumento.

Uno dei primi strumenti di cui l’imprenditore sentirà parlare è sicuramente il patto di famiglia.

Il patto di famiglia, ex art. 768-bis, è “il contratto con cui, compatibilmente con le disposizioni in materia di impresa familiare e nel rispetto delle differenti tipologie societarie, l’imprenditore trasferisce, in tutto o in parte, l’azienda, e il titolare di partecipazioni societarie trasferisce, in tutto o in parte, le proprie quote, ad uno o più discendenti”. Dal dato testuale cominciamo a derivarne, ad esempio, che il coniuge non è contemplato dal legislatore tra i possibili legittimari assegnatari dell’azienda o della partecipazione societaria. Per espressa previsione dell’art. 768-quater, poi, al contratto devono partecipare anche il coniuge e tutti coloro che sarebbero legittimari ove in quel momento si dovesse aprire la successione nel patrimonio dell’imprenditore; dalla stessa norma si evince, altresì, che gli assegnatari devono liquidare gli altri partecipanti al contratto (non assegnatari) con il pagamento di una somma di valore pari a quello che avrebbe la quota di legittima del legittimario non assegnatario se il disponente venisse a mancare nel momento in cui il patto di famiglia è stipulato, e se la massa ereditaria fosse attribuita in toto al legittimario assegnatario e avesse un valore pari a quello dell’attribuzione effettuata dal disponente a favore del legittimario assegnatario. Tutto ciò, salvo che i legittimari non assegnatari non vi rinuncino, in tutto od in parte, o che i contraenti convengano che tale liquidazione sia effettuata in natura. I beni assegnati ai legittimari non assegnatari derivanti da suddetta liquidazione sono imputati alle quote di legittima loro spettanti: in ragione di ciò, quanto ricevuto dai contraenti non è soggetto a collazione né ad azione di riduzione nel momento in cui si aprirà la successione del disponente. E questo vale per tutti i contraenti, tanto per i legittimari non assegnatari quanto per gli assegnatari, il che garantisce di fatto all’imprenditore di porre in essere un impianto di passaggio generazionale in modo stabile – avendo escluso la soggezione a collazione ed il rischio di azione di riduzione – e definitivo – dal momento che, in quanto contratto tipico inter vivos, il patto di famiglia non soggiace al principio di revocabilità che è proprio delle disposizioni testamentarie.

Tornando al nostro imprenditore, quale sarebbe per lui il valore aggiunto derivante da un eventuale ricorso al patto di famiglia?

È indubbio che ciò gli permetterebbe di controllare, ancora vivente, dinamiche aziendali ed umane che diversamente si realizzerebbero solo dopo la sua morte, attraverso la designazione del successore che lui stesso ritenga più adeguato a proseguire l’attività di famiglia. Lo strumento non si limita a permettere al disponente di scegliere il successore, ma gli offre anche la possibilità di valutarne l’operato e di cambiare idea, nel caso la scelta si rivelasse non corretta: è il legislatore stesso a prevedere, in tal senso, il diritto di recesso ad nutum per tutti i partecipanti al contratto ed, inoltre, si ammette l’inserimento nel contratto recante il patto di famiglia di una condizione di reversibilità, in caso di mala gestio da parte del successore designato, grazie alla quale l’imprenditore, pentitosi della sua scelta, può tornare ad essere titolare dei beni trasferiti. Qualora il patto di famiglia abbia ad oggetto una partecipazione societaria, è possibile garantire la riserva dei poteri di governance al disponente, per vie dirette o indirette, anche servendosi delle peculiarità che il diritto societario ci offre.

Pacifica è anche la possibilità di apporre condizioni ed oneri al patto di famiglia: frequenti nella pratica, ad esempio, la condizione che subordini l’efficacia del trasferimento a favore del legittimario assegnatario al fatto che questi effettivamente liquidi ai legittimari non assegnatari quanto ad essi dovuto (anche se, normalmente, è il disponente stesso a procedere alla liquidazione); e l’onere, per il legittimario assegnatario, di corrispondere una rendita vitalizia al disponente (e/o al coniuge del disponente), ovvero quello di assistere in modo adeguato il disponente, qualora ne abbia bisogno; l’imprenditore potrebbe persino inserire nel patto una clausola recante il divieto di alienazione dei beni trasferiti, sebbene ovviamente con alcuni limiti.

Dunque, a seconda del caso concreto, dei desideri del Cliente e della situazione familiare prima ancora che aziendale e patrimoniale, si procede alla redazione strategica del patto di famiglia, che ci consenta di vestire la fattispecie in modo personalizzato ed efficace, attraverso la costruzione di un abito che andrà poi necessariamente abbinato ad altri accessori, seguendo un fil rouge che garantisca un risultato finale coerente, unitario e realmente efficiente.

E se l’imprenditore apprezzasse il valore aggiunto derivante dal patto di famiglia, ma abbia già trasferito l’azienda o le partecipazioni societarie per mezzo di donazione?

In tal caso è possibile procedere con la riqualificazione della donazione in patto di famiglia, al fine di conferire all’operazione di trasmissione patrimoniale quel quid di stabile e definitivo che la donazione non è in grado di garantire e di cui abbiamo parlato sopra. Tale operazione consisterà nel fatto che donante e donatario, per atto pubblico e con il consenso di tutti coloro che sarebbero legittimari se in quel momento si aprisse la successione del donante, dovranno convenire di riqualificare il precedente contratto di donazione in patto di famiglia, al fine di attivare con ciò la relativa disciplina. Quanto ai costi, dal momento che il negozio di riqualificazione non implica alcun effetto traslativo, è ragionevole ritenere che l’atto rientri tra quelli “non aventi ad oggetto prestazioni a contenuto patrimoniale” e che, dunque, l’operazione sconti l’imposta di registro in misura fissa (200 euro).

In conclusione, il patto di famiglia è indubbiamente uno dei principali alleati dell’imprenditore, ai fini del passaggio generazionale della propria impresa. Gli scenari che si aprono sono vari e variegati, le soluzioni prospettabili anche, così come varie e variegate sono le esigenze dei Clienti che di volta in volta cerchiamo di soddisfare al meglio.

Veronica Camilleri