Il mercato dell’arte è un mercato indubbiamente attraente che oggi, molto più di ieri, rappresenta uno degli assets preferiti dagli investitori quando si tratta di strutturare una diversificazione degli investimenti. Nella prima edizione dell’Art & Finance Report a cura di Deloitte, nel 2011, solo un terzo dei gestori patrimoniali dichiarava che l’arte dovesse essere considerata una asset class a tutti gli effetti; oggi, ne sono persuasi 9 gestori su 10, 8 operatori di settore e quasi 7 collezionisti su 10.

Ma a cosa dobbiamo questo enorme successo del settore?

Innanzitutto, investire in arte significa porre in essere un investimento di tipo emozionale: compriamo arte perché ci piace. Solo il 3% dei collezionisti dichiara di comprare arte a fini meramente speculativi. Ciò che emerge è che per la maggior parte comprano arte perché ne sono coinvolti emotivamente, e allo stesso tempo intendono incrementare e proteggere il proprio patrimonio artistico, con un occhio dunque anche al valore dell’investimento. Come dice qualcuno, bisogna “godere l’arte con il cuore ma comprarla con la testa”. Con la testa e, ovviamente, con le relative competenze. Inoltre, possedere arte ha delle implicazioni sociali ed umane decisamente significative che emergono, ad esempio, in fase di pianificazione successoria: il 67% dei proprietari di collezioni afferma che la propria collezione andrà alla famiglia, il 14% prevede che la collezione sarà venduta e i proventi destinati alla famiglia, il 5% dispone che sia donata ad un museo pubblico e solo l’1% dichiara che la collezione sarà venduta e i proventi devoluti in beneficienza. Ciò è indicativo del fatto che l’arte è ancora pacificamente associata al concetto di prestigio familiare.

Facendo un passo oltre questi dati, che rappresentano la dimensione più tradizionale del mercato dell’arte, bisogna anche considerare che esso, storicamente riservato a High Net Worth ed Ultra High Net Worth Individuals, risulta oggi democraticizzato grazie alle tecnologie contemporanee e, soprattutto, grazie alle intuizioni geniali ed alla passione di alcuni illuminati che si sono adoperati in questo senso. Basti pensare a Francesco Bellanca e a Feral Horses, il sito che ci permette di acquistare e vendere opere d’arte per quote, con cifre d’ingresso assolutamente contenute (anche 20 euro!). Ciò apre un mondo, letteralmente e metaforicamente, e consente a chiunque ne abbia interesse di investire in arte e di diversificare il proprio portafoglio. Condivido molto volentieri una riflessione del summenzionato Francesco, CEO di Feral Horses, il quale durante un’intervista, a chi osservava che investendo in tal senso mancherebbe però ciò che fa felice il collezionista, ovverosia il possesso fisico del bene, ha così argomentato: «E allora tale assenza va vista come una ulteriore conferma dei tempi che cambiano. I Millennials non sono interessati ad acquistare per possedere, come facevano i nostri genitori. Sono molti i settori in cui la proprietà ha ceduto il passo all’utilizzo (immobili, barche, auto, solo per citarne alcuni). E l’arte non fa eccezione. Può quindi parlarsi di un progetto di investimento per Millennials e di un nuovo concetto di collezionismo». Oltre a condividere il pensiero, ritengo che abbia centrato perfettamente il punto. Credo sia proprio questa la chiave di lettura corretta per interpretare il mercato globale, non solo attuale, ma anche ed in particolar modo futuro.

Si pensi ancora al concetto di tokenizzazione delle opere d’arte e alla società Look Lateral, fondata a Seattle dal mantovano Niccolò Filippo Veneri Savoia. Il sito di pertinenza reca “We are Heritage. We are Future”, in una combo concettuale che trovo estremamente intelligente. La mission dichiarata è quella di “dare accesso ad un pubblico ampio al mercato dell’arte, che a livello globale cresce da 150 anni. Per ogni opera, sia questa un quadro o una scultura, saranno previste quote minime di accesso alla proprietà, in ogni caso inferiori a 50 euro”. Quanto alla sicurezza delle transazioni, essa è garantita dal sistema di blockchain e smart contracts.

Insomma, investire in arte oggi ci permette davvero di unire l’utile al dilettevole, di conciliare il fascino di questo splendido mercato con l’efficienza derivante da investimenti diversificati. Anche la fiscalità di riferimento si mostra amica dei collezionisti. D’altra parte, come diceva Picasso, “l’arte spazza la nostra anima dalla polvere della quotidianità”.

Veronica Camilleri