Nell’impostazione delle operazioni di pianificazione patrimoniale un grosso limite deriva dal fatto che quella determinata pianificazione possa essere compromessa, in un futuro più o meno prossimo, da una crisi tra i coniugi che potrebbe, se non preventivamente considerata, diminuire l’efficienza dell’operazione. Certo, è possibile tenere conto di questa ipotesi in una certa misura, ma difficilmente il rischio viene del tutto azzerato. Un aiuto sostanziale, in tal senso, potrebbe essere fornito dall’utilizzo degli accordi prematrimoniali.

A differenza di quel che accade negli ordinamenti di common law, storicamente in Italia non è mai stata ammessa la possibilità di ricorrere ad accordi prematrimoniali al fine di regolare gli aspetti patrimoniali che verrebbero in essere in seguito all’eventuale crisi coniugale – la separazione e, poi, il divorzio.

La ragione di questo atteggiamento ostativo, oltre al tratto fortemente religioso che per ovvi motivi ha sempre caratterizzato il nostro ordinamento, affonda le sue radici direttamente nella Carta Costituzionale e nei principi fondamentali di cui la stessa si fa portatrice: l’art. 41 della Costituzione presidia la libera iniziativa economica, mentre l’art. 29 l’unità della famiglia fondata sul matrimonio, rendendo in tal modo lo status coniugale indisponibile. Infatti, leggendo l’art. 160 del Codice Civile, si evince che “gli sposi non possono derogare né ai diritti né ai doveri previsti dalla legge per effetto del matrimonio”. In altre parole, potremmo dire, i diritti ed i doveri che sorgono in capo ai coniugi per effetto del matrimonio assumono un carattere in qualche modo pubblicistico che li sottrae alla libera disponibilità delle parti. Da ciò lo scontro titanico che finora ha negato legittimazione a questo particolare istituto.

Ma che cosa intendiamo quando parliamo di accordi prematrimoniali?

Gli accordi prematrimoniali sono disposizioni contrattuali per mezzo dei quali i coniugi hanno modo di determinare ed organizzare, anticipatamente e consensualmente, i loro rapporti patrimoniali, evitando così che la negoziazione di essi sia rinviata ad un momento successivo, magari permeato dalla tensione emotiva che caratterizza i soggetti durante la crisi coniugale. Il contenuto di tali accordi si limita a regolamentare i rapporti patrimoniali dei coniugi in seguito ad un eventuale separazione (o scioglimento del matrimonio o cessazione degli effetti civili del matrimonio), senza incidere sui diritti e sugli obblighi inderogabili che derivano dal matrimonio e senza incidere sullo status coniugale.

Nonostante siano tipici, come accennato sopra, degli ordinamenti di common law, nel corso del tempo anche gli ordinamenti di civil law hanno cominciato a riconoscere il valore aggiunto di regolare anticipatamente gli aspetti patrimoniali post crisi coniugale: così, in Spagna ai coniugi è consentito stipulare accordi al fine di regolare i rapporti in caso di cessazione del vincolo matrimoniale, ed in Germania è riconosciuta agli stessi la possibilità di decidere in un momento anteriore in merito all’assegno divorzile, di rinunciare alla liquidazione delle aspettative pensionistiche e di variare l’importo del mantenimento, qualora intervengano variazioni economiche nel patrimonio dei coniugi (eheverträge).

Al riguardo, forte anche dell’interpretazione conservatrice di cui la Corte di Cassazione si è fatta portavoce con la sentenza n. 3777/1981, con la quale ha sancito la nullità dei patti prematrimoniali per illiceità della causa, essendo tali accordi incompatibili con l’indisponibilità dello status di coniuge e con il diritto all’assegno divorzile, l’ordinamento italiano si è sempre posto in un atteggiamento di chiusura nei confronti dell’ammissione degli accordi prematrimoniali. Solo a patire dal ventunesimo secolo la giurisprudenza di legittimità ha mostrato qualche apertura (si pensi, in particolare alla sentenza di Cass. n. 23713/2012, che ha riconosciuto la validità di un contratto con cui la futura sposa si impegnava a trasferire la proprietà di un immobile al coniuge a titolo di indennizzo per le somme spese dallo stesso per ristrutturare l’edificio adibito poi a casa coniugale), per tornare sull’impostazione precedente, di recente, con la sentenza n. 2224/2017, per mezzo della quale, ancora una volta, gli accordi prematrimoniali sono stati dichiarati nulli per illiceità della causa.

Tuttavia le spinte a favore dell’introduzione dei prenuptial agreements sono diventate sempre più forti. Risale alla sedicesima legislatura il D.D.L. n. 2629 relativo all’introduzione dell’istituto nell’ordinamento italiano. Nella Relazione al D.D.L. così si legge: “Il presente disegno di legge nasce dalla urgente necessità di introdurre un istituto nel nostro ordinamento: i patti prematrimoniali, o prenuptial agreements. […] Lungi dal sostituirsi integralmente alla legge, consentono una maggiore flessibilità nella regolazione dei rapporti di diritto di famiglia. Non si può dunque sostenere che in materia di rapporti familiari valga un affidamento incondizionato all’autonomia delle parti, la quale risulta invece sottoposta ad un controllo formale e sostanziale da parte dell’autorità giudiziaria circa l’affidamento dei figli, a differenza dell’aspetto patrimoniale regolato da tali patti. Pertanto, la funzione del prenuptial agreementconsiste nel permettere alla coppia che intende sposarsi di derogare al regime legale degli effetti, soprattutto patrimoniali, che scaturiscono dal matrimonio o dall’ipotetica separazione e divorzio. Introdurre un simile istituto nell’ordinamento italiano potrebbe anche risolvere l’annoso problema dei tempi del processo di separazione e divorzio, uno dei motivi delle difficoltà della magistratura e del malcontento dei coniugi coinvolti”.

In linea con l’intento anche la diciassettesima Legislatura che, nel 2014, ha presentato un D.D.L. dai medesimi contenuti (n. 2669 – “Modifiche al codice civile e altre disposizioni in materia di accordi prematrimoniali”) articolando un progetto di legge che è sfortunatamente decaduto contestualmente alla fine della Legislatura.

E adesso?

È indubbio che l’ordinamento italiano non potrà continuare ad ignorare per molto ancora la significativa tendenza, manifestatasi già da qualche anno a livello europeo, di valorizzazione dell’autonomia privata. Gioca infatti un ruolo essenziale la posizione assunta al riguardo dall’ordinamento UE il quale, già con il Regolamento n. 1259/2010, ha introdotto l’opportunità per i coniugi di stabilire, con un preventivo accordo, la legge applicabile alla separazione o al divorzio, tanto al fine non solo di garantire una certezza del diritto, ma anche di evitare ulteriori contenziosi giudiziari.

Dirimente, in ambito nazionale, la recente pronuncia con cui la Suprema Corte ha aperto alla possibilità per i coniugi di stipulare accordi prematrimoniali. La sentenza di Cassazione n. 18287/2018, pronunciata a Sezioni Unite, ha smarcato il tema affermando che il diritto all’assegno di divorzio non dipende soltanto dalla mancanza di autosufficienza economica del beneficiario o dall’esigenza di consentire allo stesso il ripristino del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio; il diritto sorge anche quando si tratta di porre rimedio allo squilibrio esistente nella situazione economico-patrimoniale delle parti per cause che riguardano scelte di vita effettuate durante il matrimonio. In altre parole, l’assegno divorzile diventa lo strumento che, adempiendo in questo senso una funzione compensativa, consente al coniuge più debole di ricevere quanto ha dato durante il matrimonio. Ne consegue che la funzione assistenziale dell’assegno di divorzio si compone anche di un contenuto perequativo-compensativo, contenuto che è per sua natura disponibile: può formare, cioè, oggetto di accordo.

Restiamo in attesa di una riforma legislativa in tal senso, magari l’introduzione del tanto auspicato art. 162-bis del Codice Civile.

Nel frattempo, il Cliente che abbia necessità può comunque adottare qualche accorgimento ad hoc in seno all’opera di pianificazione e tutela del proprio patrimonio, accorgimenti di cui dovrà discutere con il proprio wealth manager, al fine di ottenere un planning personalizzato e coerente con il suo proprio volere.

Veronica Camilleri